Street Art. Storia, controstoria, tecniche e protagonisti (Recensione)

Ho deciso di recensire un libro, “Street Art. Storia, controstoria, tecniche e protagonisti” del Professor Duccio Dogheria  (Giunti, 2015). Tranquilli ho esperienza, ho fatto moltissime schede del libro alle elementari. Una garanzia. Il 30 Marzo sono andata alla presentazione del volume alla Libreria Coop Zanichelli, intitolato “Una, nessuna, centomila Street Art” . Mi aveva incuriosita, forse per la mancanza del nome di Banksy e (co)mpagnia.

L’incontro ha coinvolto la Fondazione Gramsci Emilia Romagna  con il Professor Carlo Branzaglia (Accademia di Belle Arti di Bologna), il Professor Giacomo Manzoli  (Dipartimento delle Arti) e Sara Manfredi , di Cheap  (che presentava il volume riassuntivo di tre anni di festival). 

Il volume è un’espansione extra deluxe del dossier omonimo uscito con la rivista Art e Dossier  (n 351), anche quello molto interessante se si vuole avere un’idea generale del movimento. Io me la tiro tanto dicendo che i libri valgono per il loro contenuto e non per la loro materialità o il loro odore, ma devo ammetterlo questo me lo sono sniffato e comunque in caso di ebook la soluzione c’è: lo spray all’aroma di libro .

È un volume di nome e di fatto: con le  sue 239 pagine, a grande formato, comprese di bibliografie e vari indici, non è una lettura da pendolari. Nel lavoro  fa capolino la voglia di raccontare la storia di un movimento ancora fecondo e  tutt’altro che addomesticato, un’intenzione quasi didattica, ma dobbiamo ricordarci che per molti questa è una nuova forma d’arte, un mondo nuovo. Il libro contiene un chiaro excursus tra le diverse tecniche di Street Art che coinvolgono propriamente il “muro” e una parte dedicata a “interventi urbani” che comprendono vari tipi di espressione artistica. Si passa quindi attraverso stencil, stickers, bombolette e cartelloni in capitoli ricchi di nomi di artisti, riferimenti tecnici e di fotografie che arrivano a coprire due pagine (bene, perché io sono della filosofia più foto e più grandi).  

 

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La copertina del libro

Ah, leggete solo in treno e in bus? Lasciate perdere.

Particolarmente interessante è la divisione per tecniche: una divisione geografica sarebbe stata assurda visto che gli artisti operano in moltissime parti del mondo. Vero è che esistono stili più anglosassoni, ma anche una divisione per “scuole” non è da prendere in considerazione vista la tipologia di libro.   

Alla presentazione, in cui mancava l’autore, una signora ha confessato la sua difficoltà ad accettare di lasciar andare questi lavori, la sua propensione a conservarli. Questa signora, come un’altra curiosissima anche del significato delle parole stesse, troverebbe beneficio in questa pubblicazione dal gusto classico, che si adatta alla loro necessità di capire qualcosa che vedono come bello ma che ha dietro un mondo complesso dove la percezione estetica non è sufficiente. Il libro ha un effettivo valore.

Se si devono sollevare dei dubbi, una parte del libro, così come del dossier, che mi lascia perplessa è il presunto collegamento della Street Art con  forme di graffitismo preistorico oltre che dall’affresco (che non prenderò in esame). Mi spiego, non penso che questa derivazione si debba  escludere a priori, ma mi sembra sappiamo troppo poco delle pitture rupestri. .  Non penso che la voglia di lasciare un segno e il supporto (il “muro”) siano sufficienti  legare le due forme di espressione.  Forse c’era l’ art, ma mancava la street. Qui si parla di una somiglianza tecnica/estetica e di un significato solamente presunto della forma più antica d’arte preistorica, che non soddisfa pienamente il significato delle due forme d’arte. Di entrambe. Temo che nemmeno le opere due opere di Banksy citate aiutino, potrebbero riferirsi ad altri tipi di contestazione rispetto ad un presunto ritorno alle origini della propria arte, una polemica su “se cancelli il mio lavoro perché non lo capisci dovresti cancellare anche le pitture rupestri”, oppure un dissacrante inno all’uomo non più libero nelle praterie ma a caccia di snack, armato del suo carrello.

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The Peckham Rock Painting – Banksy di michaelpickard via Flickr https://www.flickr.com/photos/pickard/14668113 

Non è impossibile, certo la ricerca di identità dell’ominide come quella del writer con il suo nome d’arte e la sua tag è allettante, ma penso sia rischioso far risalire un movimento contemporaneo a prima della storia, il valore di contestazione della Street Art è fortemente identificativo delle opere e non possiamo ignorarne il peso.

Per quanto riguarda la potenza del significato e il perché abbinare le pitture rupestri e il graffitismo contemporaneo sia a mio parere eccessivo, potremo citare l’esempio di Giovannino Guareschi. In un racconto del “Corrierino delle famiglie” intitolato “Scritte murali” (comparso prima nel Candido n 24 del 1950) l’autore di Don Camillo e Peppone porta sua figlia , lui la chiama la Passionaria, a scrivere su un muro, un premio per essersi comportata bene e si ritrova una bambina decisa, perché sa che quello che ha chiesto è un’azione poco ortodossa (dal racconto è chiaro che la bambina cerca un complice, un palo ricattabile, un padre vecchio stampo che ormai ha promesso e deve mantenere). Però c’è un problema, la bambina vive nel suo mondo, non capisce perché sul muro che ha scelto di “vandalizzare” il nome del ministro Scelba (non conosce la sua politica di manganellate e celerini) appaia poco lontano da quello di Coppi e Bartali, accompagnato dal poco lusinghiero appellativo di “boia” (ora come ora sarebbero considerate “scritte brutte”). La bambina pensa si sia messo a fare il corridore, come i due miti della bicicletta. La Passionaria non conosce a sufficienza il mondo degli adulti e di Scelba, come noi non sappiamo con precisione cosa intendessero gli ominidi con i loro graffiti. Parliamo di un valore troppo alto, il significato dell’opera, per ignorarne la forza espressiva essa stessa parte dell’opera.  In linea di massima mi sorge il dubbio che si stia cercando di “nobilitare” questa espressione artistica per renderne più facile la digestione ad un pubblico che ancora non è sicuro di aver ben assimilato Alberto Burri, autore i cui sacchi palesano, durante le mostre, la presenza dei cultori del “questo lo so fare anche io”. Credo non ce ne sia bisogno.

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Alberto Burri, Sackcloth 1953 di Sharon Mollerus via Flickr https://www.flickr.com/photos/clairity/13919760128  

Il mondo del computer ha dato un nuovo modo di visualizzare l’horror vacui: è tutta una finestra, un link, non c’è una fine, è un enorme ipertesto. L’influenza di questo mondo espanso ha fortemente connotato l’arte contemporanea, anche la Street Art. Le influenze sono così tante che non si può ridurre il discorso sull’arte rupestre e la Street Art alla comune voglia di esprimersi attraverso il segno grafico e a due opere di Banksy.

Provo un personale piacere, direi un godimento, nel non sentire enfatizzato, come invece spesso accade, il paragone tra avanguardie e Street Art. L’avanguardia ha un valore di contestazione dell’arte riconosciuta, vero, enfatizza l’immanenza della vita nell’arte e viceversa, vero. Il problema è proprio ideologico, il manifesto è centrale per le avanguardie, ne definisce l’ideologia, è pari ad una dichiarazione politica comunitaria. Gli avanguardisti erano un gruppo che si considerava elitario, possessore dell’unica forma d’arte degna a cui aderire. Ragazzi, i nostri Futuristi sono andati anche in guerra insieme, hanno coniato anche un ricettario per mangiare futurista con relativo manifesto . Non so come mangino questi ragazzi e ragazze ma l’avanguardia è totalizzante, ci si veste, si mangia, si va in guerra secondo le regole dell’avanguardia. Secondo me finisco con la testa in un secchio di vernice se chiedo a uno di questi ragazzi (e ragazze) di “vestirsi da Street Artist” e posare per una fotografia. A parlare è il loro lavoro, sono loro a dirci che non c’è altro da sapere. Atteggiamento che li avvicina di più alle neo avanguardie e il libro lo ricorda, ma con moderazione.

Si tratta di un’analisi storico-artistica, può anche non essere così importante . Non stiamo scrivendo un epitaffio! Può cambiare domani, tutto! Io credo comunque che il significato di certe opere ti arrivi così forte addosso, a livello di sensazione, che non lo puoi evitare.

Insomma, il libro mi è piaciuto? Si

A chi lo consiglio: ai desiderosi di sapere, troveranno nomi e tecniche in una costruzione chiara ed efficace. Il libro disegna la storia di un movimento, vivo e vegeto, in una chiave classica, rassicurante ma accattivante. Lo consiglio anche a chi ama le fotografie, enormi, spesso l’opera è contestualizzata ed è un punto a suo favore, non è scontato. Credo sia interessante anche per chi segue a vista la Street Art e vuole approfondire ma non sa da dove partire e per chi si è appassionato grazie alle ultime vicende.

A chi non consiglio: a chi è già da tempo in contatto con il mondo della Streer Art, rischiate di prendere un volume con spiegazioni di cose che avete fatto o visto fare ieri.

 

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Informazioni su Monia Marchettini

Appassionata ricercatrice di cose da imparare, sono laureata in Storia e conservazione dei beni culturali storico-artistici. Scrivo di Street Art perché mi piace, pare che sia un requisito fondamentale per fare le cose per bene...vedremo.
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