La Bologna del Blu che non c’è più

Questo sarebbe dovuto essere un bel blog ordinato, con interviste e riflessioni sulla street art, fotografie, aggiornato costantemente dopo un bel post di presentazione che vi illustrava il progetto.

L’idea è fallita in partenza, il primo post di presentazione lo rimandiamo a giorni più propizi. Perché vedete, nella mia città, Bologna, si è consumato un “fattaccio” che, se non fosse stato per la gente coinvolta, sarebbe finito in un trafiletto di cronaca locale sulla pulizia delle città e il decoro, liquidato come stramberia dei soliti centri sociali. Lo sapete tutti ormai: Blu, ha preso un rullo e ha dato di bianco alle sue opere, anzi di grigio. Tra quelli che con dolore accettano il gesto di protesta, ci sono molti amanti di questo tipo di movimento di espressione visiva, su Giap dei Wu Ming potete passare un giorno, anche due, a piangere e incazzarvi. E dopo potete spararvi il dvd di Bambi per andare a dormire definitivamente emotivamente distrutti. Diciamolo subito, a chi non è adatto a questo post: a chi crede che la street art sia un’avanguardia e, siccome writer fa ragazzaccio inglese che rovina i muri, chiama gli artisti “muralisti”, per poi schiaffare la parola “culo” a fine articolo e far vedere che, se si impegna, il “ragazzaccio” lo sa fare pure lui. Se secondo voi le cose stanno così, quello che segue non vi piacerà.

A te, sì a te che passavi con la macchina e vedevi il murales colorato ed ora sei triste e sufficientemente incazzato dico: hai ragione… Inutile, era diventato un bene comune (anche se Blu non è un ente assistenziale) e l’opera stessa era sul muro di un centro sociale. Forse non ti hanno spiegato il suo significato, quel centro sociale lo volevano pure abbattere, e a meno che tu non ci sia passato a piedi, magari non sei neanche mai sceso dalla macchina per vederla da vicino. Non importa, perché hai ragione. Il problema secondo me è che questo bene comune, così frainteso è entrato nelle bocche di tutti.

Dalle conversazioni traspare un’interessante caratteristica dei sostenitori del bene comune: pensano gli sia stato fatto un “regalo” e che poi gli sia stato ripreso indietro. Penso che il problema sia la più totale mancanza di conoscenza di questo movimento: in fondo non gliene importa niente della natura del bene comune di cui ci hanno privato, il problema è che ci hanno privato semplicemente di qualcosa e questo non va bene. Hanno ragione, le “spugnette a Milano hanno passato brutti momenti quando cancellarono un lavoro di Pao in nome del decoro urbano e del bene comune. Però se non sai cosa sia, né ti interessa, come fai a comprenderne il valore, il legame sul territorio, il significato e quindi a valutare seriamente il fattore politico-culturale, su cui ora magari basi la tua riflessione e il tuo sdegno? Non era un regalo a te, semmai era per i ragazzi del centro sociale, ma molto di più era un messaggio, di cui si è ignorato il contenuto in favore dell’effetto estetico. Come quando compri un quadro d’arredo perché è in tono con il sofà.

Sì, abbiamo rinunciato al bene comune, ma non è successo ieri.

Allora gioca con me. Giochiamo al bene comune.

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Le foto sono tutte mie, sono state fatte per un’esercitazione di fisica dei beni culturali: si analizzava l’opera, i suoi problemi di conservazione, la sua posizione ed eventuali risorse per la valorizzazione e la conservazione in loco. Questo pezzo era situato in via Zanardi, sul muro del centro sociale sgomberato Crash, ora Laboratorio Crash  (si è trasferito), da dove venivano i ragazzi denunciati per aver aiutato Blu a cancellare. Il lavoro era immerso nella più grande incuria e disinteresse dallo sgombero dell’immobile e, oltre a presentare una vegetazione sufficiente da impedirne la totale e corretta visibilità, erano evidenti tracce di umidità di risalita e distacchi di colore. Avendo scritto al signor Blu (esattamente così…signor Blu), per chiarimenti sui colori usati, ho dedotto che fosse possibile uno sbiadimento dei colori stessi attribuibile al dilavamento dei pigmenti causato dagli agenti atmosferici. Dico dedotto perché avvicinarsi di più era impossibile, essendo la zona recintata (questa è colpa mia che rispetto le regole, anche quelle scritte in fondo in piccolo): la prossima volta tronchesi e machete.

Blu 003

Conservare non è vietato e comunque non è eterno, certo non è peculiare della forma d’arte a cui ci riferiamo, non lo prevede, ma solitamente gli street artist sono generosi con le città che ospitano i loro pezzi e permettono un minimo di elasticità. A meno che non si esageri, come è già successo a Blu, a Berlino .

E dire che i sistemi ci sono per coinvolgere “i non addetti ai lavori” (che saresti poi tu che vai in macchina al lavoro e vedi il murales e gli vuoi più bene di quel cattivone di Blu che lo cancella), ad esempio il progetto Big City Life a Tor Marancia (Roma), qui oppure i tour sui luoghi della street art come fanno in moltissime città d’Europa.

Non c’è più niente da fare, ed è qui che sbagliamo, ci sono tanti street artist in città, magari non sono “muralisti”, fanno altro, tu non li conosci, ma per quella stessa ragione per cui ti ferisce la mano di grigio data da Blu, un’occhiata ai lavori di questi ragazzi la darei. Bisogna lavorare sodo perché sia davvero un bene comune e non un disegno che, non si sa come, è spuntato sul muro vicino casa. C’è stato un corto circuito e qualcosa di bello, che amavamo, non c’è più. Volete il vostro bene comune? Trattatelo come tale. Volete la street art, alzate gli occhi dalla punta delle vostre scarpe.

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Informazioni su Monia Marchettini

Appassionata ricercatrice di cose da imparare, sono laureata in Storia e conservazione dei beni culturali storico-artistici. Scrivo di Street Art perché mi piace, pare che sia un requisito fondamentale per fare le cose per bene...vedremo.
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